BEART MAG

24/05/2017

Claudia Contu

5MIN LETTURA

Prendi posto sul caravan e partecipa ad un festival che non è mai avvenuto

Per prima cosa vorrei partire dal nome del progetto: cosa significa “Vegetal Import” e come nasce?

Il nome in realtà deriva da uno shampoo [ride]. Sai, uno di quelli che si connotano come prodotto a km0 quando poi, in verità, hanno dentro qualsiasi tipo di ingrediente tutt'altro che italiano come le noci dell'Amazzonia, e così via. Questa cosa mi ha divertita ed al tempo stesso mi ha dato uno spunto per dare il titolo al progetto. “Vegetal” ovviamente si collega ad un'idea di pianta, di natura. Questo studio era partito dall'idea aristotelica secondo cui siamo parte di un mondo naturale tanto quanto gli animali, gli insetti ecc. e miravamo a ripensarci in quanto umani connessi ad un'istanza più ampia, per allontanare un'idea antropocentrica e superata. Vegetal è anche l'essere vegetali inteso in senso passivo, rispetto a un mondo virtuale che ci rende tali, a volte un po' apatici... ci interessava proprio quest'idea: una pianta quando la guardi sembra statica, ma in realtà c'è dentro un sistema vivissimo. Uno stato dell'essere simile a quello dell'uomo di oggi: anche stando fermo ha un'irrequietezza interiore. “Import” è invece connesso alla migrazione, non intesa tanto in chiave sociale, politica, bensì un'idea che sei qui e là nello stesso momento tramite il virtuale e la concentrazione che potrebbe avere tramite il suo pensiero.


Nella descrizione del progetto si insiste sul concetto di lavorare sull'invisibile, che mi ha incuriosito molto. Quest'esigenza deriva forse dalla saturazione di contenuti a cui siamo sottoposti ogni giorno?

Sì, e in generale il campo musicale è un pretesto per esprimere questo. Mi sono ispirata ai libri di Byung–Chul Han, che ne ha parlato ne “La società della trasparenza”, e ad altri saggi. Ne “La società della stanchezza” lui parla di questa saturazione, di questo ammasso di cose e impulsi che fa diventare l'uomo un po' castrato, con l'ansia da prestazione ogni volta e nel momento in cui tu devi rispondere a tutto quello che arriva, agli input esterni, diventi quasi un computer. Questo provoca o la sindrome dell'iperattività o la depressione. Lui dice che sarebbe bello cercare dei “nidi di stanchezza”, momenti da ritagliarsi per decompressurizzare. Sai, come la leonessa che rientra dalla caccia, che è provata sì dalla stanchezza fisica, ma anche da una stanchezza mentale data da tutta quella pianificazione antecedente il momento clou. Abbiamo definito Vegetal Import un “festival del suono” ma senza la componente live. Sta in mezzo tra il momento della pianificazione e quello dell'esperienza vera e propria.


Quindi non ci sono artisti che si esibiscono, non c'è una scaletta.

Esatto. Esplora tutte le fasi del festival senza che però vi sia il momento performativo. Hai presente quel momento in cui sai che ci andrai e allora cominci ad esserne entusiasta...


L'Hype?

Esatto. Tutta quella durata è l'evento stesso. Un anno fa con altre cinque persone l'abbiamo presentato con una specie di conferenza stampa a Manifesta, al Cabaret Voltaire di Zurigo e lì abbiamo chiesto a 15 critici/giornalisti di fare una recensione di Vegetal Import festival, come se il festival fosse già avvenuto. Ognuna completamente diversa dall'altra, è stato davvero interessante perché ogni persona inseriva le proprie idee, alcuni hanno redatto addirittura una propria scaletta. È una dimensione che parte dalla fine e un giorno forse arriverà al live. Vegetal Import appare solo nel momento in cui qualcuno lo adotta fisicamente. Dopo Manifesta e la visibilità avuta grazie alle recensioni, siamo stati adottati a Milano, in una galleria. Ci hanno chiamati per partecipare ad una mostra collettiva e abbiamo scelto di affiggere un poster del festival riproducendo lo stesso sonoro che avevamo utilizzato per la conferenza stampa di Manifesta. Si adatta ai luoghi e alle persone. A Parigi, a novembre 2016, è stato adottato da una ricercatrice, che ci ha assegnato casa sua per due giorni come location. Questa transitorietà comporta ogni volta uno studio della persona che richiede il festival, una sorta di colloquio, e da quello che esce decidiamo cosa fare. Questo si riflette anche sul numero dei suoi componenti: Vegetal Import è nato con 5 persone, poi siamo rimasti in 2, adesso siamo in 6, continua a cambiare.


Su BeART state portando avanti una campagna di crowdfunding che vi permetterà di portare Vegetal Import a Kassel, Munster, Koln e Berlino, che quest'anno sono mete importanti per il mondo dell'arte. Penso a Documenta, allo Sculptur Projecte... Da evento estemporaneo, che viene adottato, il festival è diventato quindi una staffetta a più tappe.

Quest'idea è cresciuta dopo Manifesta. Volevamo parlare di Vegetal Import attraverso delle azioni che potevamo realizzare noi, senza adozione. Il tour è stato uno di questi, che ovviamente richiama da vicino l'idea del concerto e dello spostarsi di continuo nelle varie tappe previste. Ci interessava, come ti ho detto, il momento di preparazione, in cui è in un posto ma si programma già come raggiungere la meta seguente. In questo caso vorremmo creare il Vegetal Import festival nel camper che useremo per viaggiare. Niente succederà al di fuori del camper, il pubblico è invitato a salire, o a partecipare anche in diretta streaming. Abbiamo sempre detto che non è possibile vedere nessun festival. In questo caso la diretta sarà basata sul nostro vivere all'interno di questo festival.


Quali ricompense avete messo in palio?

L'idea era mettere in palio dei premi che potessero dare un pezzo del festival alle persone che non saranno presenti, ma avranno comunque la possibilità di far vivere il festival tramite la donazione. Si parte dalla spilla, che è il gadget numero uno del festival, ideata a Manifesta. Abbiamo pensato ai poster, al press kit creato durante la mostra, a delle foto originali mandateci in questo anno dai fans in giro per il mondo a cui avevo chiesto delle foto legate alla memoria musicale. Poi un premio molto interessante è il videoclip, che abbiamo appena girato, in cui sono presenti alcune persone che saranno in viaggio con me e parleranno della teoria riguardante lo smarrimento. L'idea è quella dell'essere “Lost in Translation”, essere presenti ma al contempo assolutamente da un'altra parte. Non sempre è una situazione confortevole, anzi. Nel videoclip questa sensazione è la meta, in cui trovare una specie di modo di sopravvivenza attraverso la memoria.


Puoi parlarmi anche del collegamento a Traslochi Emotivi?

Traslochi Emotivi è nato nel 2010 con progetti che avessero una valenza non solo di arte visiva, ma voleva abbracciare più mondi. Sono figlia di tutto ciò che ho vissuto al di fuori della scuola, ai personaggi che ho incontrato fuori. L'università mi ha dato delle basi teoriche sì, ma ho sempre cercato i miei insegnamenti altrove e ci tengo molto a questo. Ho sempre vagato e rubato suggestioni da musica, performance, ma anche non. Coinvolgeva persone diverse, legate al progetto per una specifica cosa, ho chiesto loro di essere ciò che nella vita non potevano essere, caratteristiche che potevano essere soppresse nella vita reale. Traslochi Emotivi è una specie di identità che attraverso di me crea dei progetti sempre diversi, spesso anche committenze. Ed è avvenuto in un modo così spontaneo.


Potremmo dire quindi che Vegetal Import è “figlio” di Traslochi Emotivi?

Non esattamente. Vegetal Import in realtà è un po' diverso dagli altri progetti di Traslochi. Noi abbiamo scoperto, in questa ricerca, che potrebbe esserne una sorta di alter ego. Nel motto di Traslochi, “If you move something happens”, c'è l'idea di movimento, mentre in Vegetal Import il focus è sul fermarsi, sul riposarsi. Durante la Biennale c'è stata un'altra specie di azione di Vegetal, molto piccola, estemporanea: “Were you there?” pensata perché la rassegna è soprattutto un momento di socializzazione per molti professionisti che vengono a vedere l'inaugurazione. Il fatto di essere lì è importante, la prima cosa che si chiede agli altri è “C'eri? Hai visto questa cosa, quell'opera?”, quindi ci siamo inventati una specie di padiglione in un bar a Dorsoduro per la preview del videoclip. Si è attivata una conversazione con tutte le persone accorse ed è stata come una nuova tappa del festival. Vegetal è una ricerca continua, è un processo fortemente mentale.

Fausto Melotti e Piero Manzoni si saranno mai parlati? Non lo sappiamo, ma nella "scultura teatrale" intitolata "i7savi", di Dario Bellini, lo fanno. Si vedranno scintille durante la prima rappresentazione dell'opera, a gennaio 2018, presso la galleria "Milano". Abbiamo intervistato Bellini per saperne di più sul suo nuovo progetto, che è aperto alle donazioni sulla piattaforma di crowdfunding BeART.

Maria Martinelli è la regista de "L'artista è innocente / Save the artist", una web serie ideata insiee a Luca Donelli e Gianfranco Tondini. La serie vuole dipingere il mondo dell'arte nel suo insieme attraverso il punto di vista di un gallerista e di un artista. I due (Luca e Gianfranco), che sono un gallerista e un artista anche nella realtà, dovranno fronteggiare i diversi problemi che fiere dell'arte, mostre, collezionisti e così via porteranno con sé di volta in volta. Nel seguire i diversi episodi, il pubblico potrà così avere un panorama completo di questo affascinante e ambiguo mondo.

THERE IS NO PLACE LIKE HOME è un progetto d'arte contemporanea itinerante, nato a Roma nel 2014 dall'iniziativa degli artisti: Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno, Giuseppe Pietroniro, Daniele Puppi, Marco Raparelli e due storiche dell'arte Giulia Lopalco e Giuliana Benassi la quale , nell'intervista che segue, ci spiegherà come possa nascere un progetto espositivo nomade che trasforma spazi urbani inconsueti e zone periferiche in musei a cielo aperto dove il rapporto con l’arte è spontaneo e immediato.

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