BEART MAG

17/05/2017

Claudia Contu

10MIN LETTURA

See. Feel. Move. Repeat. Intervista a Cecilija Berg

Ciao Cecilija, vorrei iniziare chiedendoti qualcosa riguardo te: chi è Cecilija Berg?

Sono un’artista con un background variegato. Ho testato qualsiasi disciplina creativa, sia nell’ambito della moda sia in quello del design teatrale, purché vi fosse una tendenza alla precisione in concomitanza con una creatività senza regole. Per me il giusto mezzo e la linea di confine tra ciò che è controllato e ciò che, invece, vive nel caos hanno sempre avuto qualità che mi trasmettevano calma. Penso che a guidare il mio lavoro sia stato, in prevalenza, il desiderio di mantenere questo equilibrio. In qualità di perfezionista, sono consapevole che nessuno possa raggiungere la perfezione. Così, per limitare questa ossessione per la perfezione, ho virato l’attenzione sul caos creativo. Quando il perfezionismo mi porta a cercare di ottenere qualcosa, il caos è lì pronto ad accogliermi/perdonarmi qualora dovessi fallire. Attraverso dunque questa creatività caotica ho compreso come si possa vedere nel fallimento, relativo alla ricerca della perfezione, qualcosa di stupendo. Durante la mia vita ho sempre cercato nuovi modi per esprimere, in modo quanto più creativo possibile, me stessa e di evolvere costantemente come artista e professionista creativa. Credo, inoltre, che il non far propria nessuna esperienza artistica in particolare derivi dal fatto che non mi sento di appartenere a nessun luogo in particolare. Sono nata in una casa bilingue da padre svedese e madre slovena, e ho trascorso la mia vita tra la Svezia, durante i mesi di scuola, e l’Europa durante le estati. Sebbene ami le mie due nazioni d’origine, non mi sono mai sentita completamente parte di loro. Ho sempre preferito le zone di confine, e credo che questo sia il motivo per cui mi trovo così bene a Londra, dove si può essere stranieri e allo stesso tempo appartenervi completamente. Questa potrebbe essere, inoltre, la ragione per cui mi trovo meglio a praticare una disciplina che sia a cavallo tra la performance e l’arte in senso stretto.


Attraverso BeART hai promosso il tuo progetto ‘See, Feel, Move, Repeat’ che riguarda il tuo progetto finale di laurea al Wimbledon College of Arts. Potresti dirmi di cosa si tratta?

Il progetto finale è il naturale proseguimento della mia precedente serie di dipinti ‘Mean Reds’. Ho iniziato a realizzare quei dipinti come valvola di sfogo ai miei flussi nervosi negativi e col tempo mi sono resa conto che la velocità con cui li realizzavo mi calmava immensamente, tanto da far diventare questa attività parte del mio processo creativo. Ero in perenne lotta con il perseguimento della perfezione, dunque ho sentito la necessità di praticare un’attività artistica che si basasse più sui processi che sul risultato, che non sarebbe stato, dunque, perfetto, a prescindere dal fatto che avessi rotto la tela o sbavato il colore. Ho iniziato stendendo sulla tela diversi strati di pittura per poi tagliarla. Era diventato un rituale di meditazione, che eseguivo mentre ascoltavo lo stesso brano di musica classica; Arvo Pärt’s Spiegel Im Spiegel, quando mi sentivo particolarmente stressata. Il titolo della serie ‘Mean Reds’ deriva dalla novella di Truman Capote "Colazione da Tiffany", dove la protagonista, Holly Golightly, spiega che si reca da Tiffany per calmarsi quando viene presa dall’ansia, che lei definisce appunto "Mean reds". Realizzare progetti di questo tipo, con i quali le persone possano relazionarsi o trarre qualche beneficio, mi ha sempre spronata dunque, quando ho dovuto ragionare sul progetto che concludesse il mio percorso di studi, ho deciso di concentrarmi su ciò che più mi appassionava, vale a dire offrire alle persone la possibilità di vivere meditazione ed attività rituali attraverso l’arte. Ho pensato che ciò, siccome aveva aiutato me, avrebbe potuto aiutare qualcun altro.


Il titolo si concentra su quattro parole. Potresti spiegarmi che relazione hanno le une con le altre?

‘See. Feel. Move. Repeat.’ nasce dall’idea che sta alla base della mia performance. Volevo che i visitatori entrassero in un luogo calmo, tranquillo. Quando, dunque, ho dovuto riflettere sugli elementi che avrei dovuto inserire all’interno della stanza e su quelli per realizzare i dipinti durante la performance, ho subito pensato ad oggetti avessero una qualità estetica che mi colpisse: le rose, il rosso, il colore rosa, la luce, una trama, le polaroid. Da questo deriva la parola ‘See’ intesa come ‘vedere la bellezza’. Naturalmente questa è una mia interpretazione e sono consapevole che non tutti saranno d’accordo o vi daranno lo steso significato. La parola ‘Feel’ deriva, invece, dal come noi tutti viviamo la nostra vita, vale a dire di corsa. Per questo motivo ho voluto sottolineare l’importanza di prenderci un minuto e riflettere su come la performance ci facesse sentire. ‘Move’ sta per movimento. Il modo in cui ci muoviamo impatta decisamente sulla nostra psiche. L’idea che il nostro movimento potesse andare ad impattare su i nostri schemi mentali mi ha folgorato, e questa è la ragione per cui il rituale si basa su un processo che si svolge su tutto il perimetro della stanza e si basa su movimenti ripetuti. ‘Repeat’. Il cuore di questo progetto risiede nella ‘ripetizione’ e nel suo effetto meditativo, dunque ho ritenuto logico inserire questa parola nel titolo.


La performance che hai svolto al Omnibus Art Centre è sembrata essere particolarmente coinvolgente. Mi racconti com'è andata?

Volevo che la mia performance desse ai visitatori l’opportunità di esplorare la ripetizione meditativa che sta alla base del mio processo artistico, ed il tutto è stato decisamente rilassante. Ho strutturato la performance come un rituale, qualcosa di semplice e facile da seguire, persino per coloro che non perseguono una costante pratica creativa. Il rituale è rivolto a coloro che intendono prendervi parte: ad ogni modo, ho compreso che le persone hanno diverse modalità di approccio alle performance creative. Alcuni si buttano a capofitto senza esitare, altri sono decisamente più cauti. L’obbiettivo dell’attività è quello di ispirare calma, che, dunque i visitatori partecipino attivamente o si limitino ad osservare non conta. Il rituale si basa su questo processo che si sviluppa lungo tutta la stanza e su gesti ripetitivi sulle tele. Il tutto si conclude con i partecipanti che lasciano una impronta rossa del proprio dito sopra ad un rotolo di carta bianco, e con me che gli scatto una foto e gli chiedo quali sentimenti il rituale gli abbia suscitato. Ho avuto a che fare con visitatori che hanno partecipato al rituale, altri a cui è bastato un solo round per esserne soddisfatti. Ad alcuni è bastato sedersi in una zona più appartare ed osservare, un altro ancora si è rilassato a tal punto da sentirsi come appena svegliato da un letto comodissimo. Qualsiasi situazione si sia venuta a creare era più che legittima, ed il tuto per me è stato estremamente rilassante. Prima che iniziasse ero in uno stato adrenalinico dovuto all’organizzazione, al via però, non appena ho acceso la musica, è stato come se avessi chiuso la porta dello stress e fossi entrata in un’altra zona del mio inconscio, fatta di clama e serenità. Quando la performance si è conclusa, sembrava che stessi fluttuando tra le nuvole, come se nulla potesse accadermi. Alcune parti della performance hanno colpito e scioccato i partecipanti aprendogli nuove prospettive, altre gli hanno conferito un senso di sicurezza e calma che gli ha permesso di aprirsi di più. In ultima analisi, il mio obbiettivo, infatti, è quello di offrirgli la possibilità di esplorare qualcosa di nuovo, di ‘altro’, e di non forzare nessuno in questa attività.


Ho notato che come rewards su BeART offri alcuni dei tuoi dipinti. Pensi che ci sia una qualche relazione tra pittura e arte performativa?

Forse, ma non necessariamente. La performance parte di ‘See. Feel. Move. Repeat’ è la conseguenza del non forzare il concetto di partecipazione. Mi piace portare avanti il rituale, perciò invito gli altri a prenderne parte, ma dato che sto anche offrendo alle persone di osservare, sto facendo una performance. Il punto non è essere osservati o essere al centro dell'attenzione, ma ripetere il rituale, sia che sia osservata o che sia sola, per creare un ambiente di calma e pace. Quando ho cominciato a fare i primi dipinti di questa serie ero nello studio che condivido coi miei compagni. Quando mi sentivo particolarmente stressata dal lavoro mi mettevo le cuffie e tornavo a dipingere con più calma. Un'amica che mi sedeva accanto mi ha chiesto cosa stessi facendo e ho spiegato che quella cosa mi stava tranquillizzando molto. E lei ha detto: "Sì, è rilassante anche solo guardarti". Mi è stato detto più volte che è rilassante guardarmi lavorare alle mie tele, quindi immagino ci sia una connessione. Credo di vedere me stessa più come conduttore di un'esperienza che come una performer. In questo modo chi guarda ha una scelta.


Sei un'artista davvero giovane e in più hai un background particolarmente interessante alle spalle. Dove ti vedi fra due anni?

Il mio corso fornisce spazi espositivi in cui svolgere performance e la possibilità di collaborare con altri professionisti del settore. Al momento sto organizzando l’esposizione del nostro corso che si terrà a giugno al Wimbledone College of Arts. Aver preso parte all’organizzazione di questo evento e aver conosciuto molti addetti ai lavori sono aspetti che hanno fatto nascere in me interessi di tipo curatoriale che coltiverò nei prossimi due anni. Sono comunque fortemente motivata a sviluppare le mie personali pratiche artistiche, percorrendo nuove strade attraverso la mia arte e le mie performance. Uno degli aspetti che più mi affascina, delle attività che porto avanti, riguarda i feedback che ricevo da coloro che vi partecipano. Ho avuto un sorprendente risposta positiva e sono interessata ad inserire l’arte nell’avita di tutti i giorni, affinché possa essere utilizzata come mezzo di interazione. Vorrei realizzare attività che interagiscano con il pubblico e che gli conferiscano dei benefici, creando un qualcosa di inaspettato che lo sorprenda quotidianamente e che lo faccia sorridere.

L'intervista che segue è stata fatta alla fondatrice di Traslochi Emotivi, un progetto d'arte contemporanea nato nel 2010 e basato sull'idea per cui "if you move something happens". Attraverso BeART, quest'ultima desidera promuovere "Vegetal Import", un festival musicale che, dopo la conferenza stampa nel celebre Cabaret Voltaire durante MANIFESTA 11 a Zurigo e i due "gigs" a Parigi e Milano, sarà in tournée in Germania, passando per Kassel /Documenta, Munster /Skulptur Projeckte, Koln e Berlino. A seguire, ci spiegherà come questa idea è nata e quali sono gli aspetti peculiari che caratterizzano questo "festival che non è mai accaduto".

Sergio Racanati (Bisceglie, 1982) è un performer e video artista che vive e lavora tra gli Stati Uniti e l’Italia. Nel suo lavoro indaga il confine che esiste tra l’arte e il suo antagonista. Attivismo politico, coesione sociale e immaginari poetici-sovversivi si fondono, alimentando tale conflitto. Si distingue per la sua capacità unica di costruire una relazione tra il pubblico e i diversi contesti sociali e territoriali che sono i suoi oggetti di studio, attraverso performance e installazioni coinvolgenti. Con BeArt, Sergio ha attivato e finanziato due progetti: la stampa di un catalogo e una residenza a Kyta, in India.

Giulia Restifo è Direttrice di That's Contemporary, una piattaforma online che permette di mappare e conoscere tutti gli eventi legati all'arte contemporanea, focalizzata principalmente su Milano. Dopo cinque anni dalla sua fondazione, That's è ormai un punto di riferimento riguardo l'informazione e la comunicazione per gallerie, spazi indipendenti, centri di ricerca ed altro ancora e si sta rinnovando a partire dal nuovo sito, pronto per il lancio e supportato con una campagna su BeART. Scopri di più su That's Contemporary tramite le parole di Giulia!

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