BEART MAG

19/04/2017

Claudia Contu

5MIN LETTURA

"Outer Space" intervista a Ginevra Bria sulla mostra-evento a Futurdome

Raccontami un "Outer Space". Cos'è, e com'è nato il progetto?


L’idea è nata tra agosto e settembre 2016, durante l’allestimento di The Habit of a Foreign Sky mentre stavamo allestendo le unità di FuturDome, con i dieci artisti selezionati (Alessandro Di Pietro, Guglielmo Castelli, Enrico Boccioletti, Valentina Perazzini, Diego Miguel Mirabella, Ornaghi&Prestinari, Michele Gabriele, Giovanni Oberti e Jonathan Vivacqua). Abbiamo pensato che sarebbe stato opportuno, per gli spazi di FuturDome, presentare in dialogo dieci spazi, dieci realtà indipendenti italiane, attraverso una mostra curata.

Outer Space è un’espressione utilizzata in astronomia per indicare lo spazio profondo. Quel vuoto cosmico esistente tra i corpi celesti, esplorati e non, inclusa la Terra. L’outer space, per gli astrofisici, non è mai completamente vuoto, ma consiste in un’assenza tangibile di materia, all'interno della quale vengono generate particelle a bassa densità. La moderna teoria dell’esistenza di un outer space, invece, si basa sulla cosmologia del Big Bang, proposta inizialmente nel 1931 dal fisico belga Georges Lemaître.  Questa teoria sostiene che l'universo osservabile trae origine da una formazione molto compatta che da allora subisce un'espansione continua. A partire da quel momento, la materia rimasta dopo l’ampliamento iniziale ha subito il collasso gravitazionale creando così stelle, galassie e altri oggetti astronomici, lasciando dietro di sé un vuoto intenso che forma quello che oggi è chiamato spazio profondo. L’outer space è dunque l'approssimazione naturale più vicina ad un vuoto perfetto ma resta un’assenza parziale. I dieci spazi indipendenti di ultima generazione (fondati a partire dal 2012) chiamati a partecipare ad Outer Space, ovviamente, non ambiscono ad esaurire in una sola mostra, in un unico rilevamento espositivo, l’intera planimetria degli space project del nostro difficilissimo Paese. Piuttosto, proprio come suggerisce il titolo Outer Space, la mostra propone un’avanscoperta dedicata a sviluppare alcune sinergie condivise, per artisti visuali e curatori emergenti; incoraggiando lo scambio, emancipando il discorso sull’arte non istituzionalizzata e le narrative che le appartengono, attraverso progetti inediti e collaborazioni che possano indirizzare nuove produzioni.



Il titolo gioca sul concetto dello spazio cosmico e si relaziona ai protagonisti della mostra, che in effetti sono un po' degli spazi "altri", se mi passi questa parola. Che criteri hai adottato per selezionarli?


Altri come termine è perfetto, sono spazi ulteriori, alieni, indipendenti rispetto al sistema dell’arte italiano, ma perfettamente allineati con la sperimentazione europea ed extraeuropea. Abbiamo voluto vagliare spazi che avessero comunque formulato o impostato una programmazione quanto più possibile lineare, strutturata, nonostante la fondazione recentissima. Abbiamo avuto, fin da subito, un riscontro positivo immediato, premuroso e sempre entusiasta, da parte di tutti gli spazi invitati. Ma siamo consapevoli, ogni giorno di più, dell’enorme sforzo, a livello di energie e di impegno che, tanto Almanac, quanto Current, così come Mega, Tile, T-space, ma anche Tretie Galaxy, Ultra Studio, Gelateria Sogni di Ghiaccio, Site Specific proprio allo stesso modo di Le Dictateur e ATZ stiano compiendo. E’ la prima volta che la loro ricerca ed i loro metodi esplorativi verranno portati in un’agorà, in un luogo integro, di dialogo e di confronto. Ogni unicità sta per essere accolta, rispettata e trasmessa, comunicata con grande equilibrio. Per questo motivo Outer Space si è dotata di un secondo trait d’union: si tratta dell’ambiente curato da ATZ, Agreements to Zinedine: nel loro appartamento sarà possibile entrare in un’area sperimentale, ma anche di approfondimento, nella quale tutti i contenuti degli spazi potranno essere consultati attraverso tutte le pubblicazioni ed i cataloghi prodotti, messi a disposizione a seconda delle funzionalità delle stanze nell’unità abitativa.



Come ci si relaziona con tante realtà diverse che convergono tutte in una stessa occasione? Ci racconti qualche aneddoto del dietro le quinte? 


Ci riteniamo privilegiati. Ospiteremo una quarantina di artisti e lavori inediti che arriveranno da diverse parti del mondo: dall’Ucraina alla Danimarca, dalla Cina all’Italia. Il brulichio di preparazione si sta infittendo, abbiamo moltissime variabili da tener presente, e per ogni spazio le richieste da supportare sono davvero molteplici. Ma avendo un dialogo continuo, quasi giornaliero, con ogni rappresentante degli artist-run space e dei curator-run space fronteggiamo insieme le diverse esigenze: tecniche, quelle riguardanti l’allestimento, concettuali, logistiche, narrative ed espositive. Come curatori, dopo aver revisionato i loro progetti, siamo sempre più in grado di valutare e proporre richieste a sostegno della produzione, interpellando aziende, oppure partner tecnici. E’ un lavoro sartoriale, ma che ci sta facendo comprendere sempre meglio la grande forza, lo slancio che ogni spazio indipendente porta con sé, con le proprie ricerche.



Tramite BeArt hai lanciato una campagna di crowdfunding per sostenere Outer Space. Come funziona? 


Le piattaforme online per il crowdfunding per l’arte sono molteplici, ma vanno selezionate con grande cautela, seguendo l’angolatura corretta. E forse, alla fine, il vero segreto per impostare un’ottima campagna risiede -ma è solo un’ipotesi- nella rete di soggetti che si riescono a individuare e a richiamare; risiede nel ritrovare grandi fautori ai quali arrivare con immediatezza o che si riescono a smuovere offline, nella realtà.

Il segreto sussiste nella capacità personale, di chi promuove la campagna, di risvegliare in coraggiosi e anche in titubanti visionari sensibilità imprescindibili, di saperli includere e responsabilizzare nei confronti di un’idea che vale, ben oltre le ricompense offerte. Quando abbiamo iniziato a concepire una campagna di crowdfunding abbiamo dovuto soppesare l’intera mole dei costi che avremmo dovuto sostenere impostando una scala di priorità per poter lavorare con serenità al progetto (tenendo presente variabili che vanno dall’ospitalità per gli artisti, al catalogo, al ripristino banalissimo dei fori alle pareti). Poi abbiamo dovuto prendere un lungo respiro e renderci trasparenti, consapevolmente folli, liberamente fieri di lavorare senza supporti istituzionali, così come gli spazi indipendenti che abbiamo selezionato. Coscienza delle proprie economie e portata politica di una mostra sono sempre due volti dallo stesso sguardo. Fino ad oggi, chi ha aderito alla nostra campagna lo ha fatto perché informato personalmente di Outer Space. Partendo da artisti, per giungere a collezionisti, giornalisti, curiosi ed aziende come BeAdvisors che ha deciso di supportare anche solo con un riscontro simbolico la prima mostra dedicata a mettere realmente in contatto il futuro della contemporaneità dell’arte visiva con chiunque decida di approfondirla, oppure di incontrarla per la prima volta.



Quali sono i punti di forza della campagna, secondo te? 


Come spesso ripetiamo: ci siamo tolti la terra da sotto i piedi, per non farci mancare nulla. Abbiamo deciso di offrire come ricompense, per coloro che parteciperanno alla campagna, alcune parti di FuturDome, per far sì che le spese di comunicazione, di stampa del catalogo, di illuminotecnica, così come di allestimento potessero essere coperte. Inoltre, sicuri della bontà della nostra grafica, abbiamo voluto spingerci a stampare magliette e bag, per poter disseminare il logo al di fuori del palazzo, su supporti ulteriori. Inoltre, abbiamo deciso di istituire, ad esempio, gli Special visiting tour, a cura di Diego Bergamaschi, così come di dotare la mostra di visite curatoriali: per portare Outer Space a conoscenza, per creare ambiti di apprendimento, di rilettura e non di mera mappatura delle attività degli spazi coinvolti. La parte prefissata che raccoglieremo attraverso la campagna di crowdfunding sarà comunque solo una parte delle reali spese di produzione della mostra.



Futurdome ha già altri progetti in cantiere? 


Abbiamo già due grossi progetti, ed è proprio il caso di sottolinearlo, letteralmente in cantiere. Sono due personali, che inaugureremo tra settembre 2017 e marzo 2018. Saranno percorsi molto estesi. Verranno ospitati due artisti noti: un contemporaneo brasiliano e un designer, uno sperimentatore italiano.

 


Fausto Melotti e Piero Manzoni si saranno mai parlati? Non lo sappiamo, ma nella "scultura teatrale" intitolata "i7savi", di Dario Bellini, lo fanno. Si vedranno scintille durante la prima rappresentazione dell'opera, a gennaio 2018, presso la galleria "Milano". Abbiamo intervistato Bellini per saperne di più sul suo nuovo progetto, che è aperto alle donazioni sulla piattaforma di crowdfunding BeART.

Maria Martinelli è la regista de "L'artista è innocente / Save the artist", una web serie ideata insiee a Luca Donelli e Gianfranco Tondini. La serie vuole dipingere il mondo dell'arte nel suo insieme attraverso il punto di vista di un gallerista e di un artista. I due (Luca e Gianfranco), che sono un gallerista e un artista anche nella realtà, dovranno fronteggiare i diversi problemi che fiere dell'arte, mostre, collezionisti e così via porteranno con sé di volta in volta. Nel seguire i diversi episodi, il pubblico potrà così avere un panorama completo di questo affascinante e ambiguo mondo.

THERE IS NO PLACE LIKE HOME è un progetto d'arte contemporanea itinerante, nato a Roma nel 2014 dall'iniziativa degli artisti: Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno, Giuseppe Pietroniro, Daniele Puppi, Marco Raparelli e due storiche dell'arte Giulia Lopalco e Giuliana Benassi la quale , nell'intervista che segue, ci spiegherà come possa nascere un progetto espositivo nomade che trasforma spazi urbani inconsueti e zone periferiche in musei a cielo aperto dove il rapporto con l’arte è spontaneo e immediato.

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