BEART MAG

19/07/2017

Claudia Contu

5MIN LETTURA

Cos'è una "scultura teatrale"? Intervista a Dario Bellini

Buongiorno Dario. Come artista, hai realizzato diversi progetti che si sono evoluti a partire da una riflessione sulla parola. Come si è sviluppata, negli anni, la tua pratica artistica?

Continuo a essere un artista visivo, ma dal 2010–2011 ho cominciato a realizzare opere in forma di performance, che poi ho chiamato “sculture teatrali”. In sostanza, si tratta di testi messi in scena con degli attori, che è diverso dal semplice spettacolo teatrale. È partito tutto dal confronto con degli amici, coi quali abbiamo dato vita nel 2000 a “Warburghiana”. Ci siamo presentati varie volte in pubblico con quello che chiamiamo il “Concerto sinottico”, sinottico perchè le frecce indicano le connessioni. Queste prime performance composte da tanti brevi episodi, discorsi, musiche, azioni, video, brevissime conferenze, ruotavano attorno alle questioni dell'arte. Assomigliavano ai numeri di una rivista di varietà. Ognuno poi ha sviluppato concetti autonomi e l'idea della scultura teatrale è venuta pensando di rendere visibili i nostri backstage, i momenti in cui si accendevano discussioni tra noi e che precedevano l'azione dal vivo. Ho così avuto modo di sviluppare in particolare ciò che a me stava a cuore: il rapporto tra l'atto poetico e il fatto politico. Nella scultura teatrale quelle discussioni, che magari hanno inizio con un tono alto e concentrato, d'un tratto virano verso un registro comico oppure commosso. Talvolta si appoggiano su personaggi veri, altre solo immaginati, dando vita a dialoghi perfino mai avvenuti, come nel caso di Marinetti e Bréton, ad esempio.


Alla luce di questo, come sei arrivato all'idea dietro a “i7savi”?

L'idea era quella di far vivere una scultura fuori dal museo attraverso le parole. Potenzialmente, la scultura poteva vivere in qualsiasi luogo, eseguita come una partitura dai sette attori. Questo lavoro si basa sul gruppo di statue dei sette Savi che Fausto Melotti realizzò in occasione della Triennale del 1937. Ne farà in totale 4 versioni da allora, la mia sarebbe la quinta, ed è del tutto “apocrifa”. I miei savi sono anche dei “super-avi”, cioè 7 grandi artisti italiani, lo stesso Melotti poi Lucio Fontana, Umberto Boccioni, Adolfo Wildt, Medardo Rosso, Piero Manzoni ed Osvaldo Licini. Mi sembrava interessante vederli comparire insieme sulla scena. In un primo momento i personaggi giocano a ricostruire un'affermazione di Melotti tratta da una sua intervista, in cui immagina la storia dell'arte come una fila di 25 uomini della sua età uno dietro l'altro, si arriva poco oltre la stanza, lui dice. Poi la discussione prende il volo e ciascuno argomenta a suo modo: sono tutti vissuti in anni difficili, c'è stato il fascismo...


Quindi il pretesto narrativo e teatrale si apre anche ad una volontà di denuncia sociale e politica?

Non proprio, ma una cosa che mi preme sottolineare è la ragione fondamentale dell'atto politico e del gesto poetico: questi artisti sono speculativi, ma per pudore. Loro ricercano, teorizzano, in una sorta di rarefazione. Questi sette artisti sono stati degli astrattisti, anche se in modo diverso. In loro il concetto, cioè quello che chiamo “la speculazione”, è molto importante.


Mi ha colpito molto la frase “Sono speculativi per pudore”. Che cosa intendi quando usi la parola “pudore”?

Si pensi a tutto l'altro fronte dell'arte italiana, che utilizza soprattutto l'immagine: i vari Sironi, Funi, il novecentismo ecc. Questi artisti hanno invece eliminato l'immagine, il racconto. Quasi una discrezione resa necessaria, quella di evitare il “tanto”. Licini si ritira nel suo paese a dipingere quadri di una spanna, Fontana ha radicalizzato il segno fino ad un minimo taglio che volteggia nello spazio... ma, in fin dei conti, è anche una mia posizione, quella di distanziarmi da quel tipo di arte che per dare peso al discorso coinvolge le “enormità”, i grandi temi, che tira in ballo le cose “scottanti” di oggi. Invece credo che l'arte scorge la poetica in sé. C'è un enorme potenziale politico nel vedere come essa stessa funziona.


In cosa consiste il fatto politico?

Rendere manifeste le proiezioni, relative e reciproche. Ogni parola contiene uno schiamazzo...


L'utilizzo di quella particolare scultura e del dibattito speculativo ruota per caso attorno all'odierna tendenza al protagonismo che investe gli artisti contemporanei?

Sì, è opposta all'artista sciamano! Ma non bisogna dimenticare che si tratta pur sempre di proiezioni, anche le mie proiezioni, alla fin fine. È vero che concentrare l'attenzione sulle opere, sulle ragioni degli altri, indica una sorta di smarcatura rispetto all'egocentrismo, tuttavia ogni gesto formalizzato non è altro che una proiezione. Mi sto occupando molto delle voci degli artisti, di ciò che dicono gli altri, ma è anche vero che per quest'opera mi sono moltiplicato in sette... Una cosa mi preme sottolineare: io ho fatto l'Accademia mentre Fabro era ancora insegnante. Lui ci teneva a ricordare la genealogia, le ascendenze degli artisti. Una tal poetica si rifa a questa, a quest'altra e così via, teniamolo in considerazione. Io ho l'impressione che oggi gli artisti non vogliano mettere nero su bianco questa cosa, ricordarsi delle genealogie, da dove anche loro saltano fuori, ecc.


In quest'ottica, lei di chi si sente figlio?

Ci penso spesso, a partire da una riflessione che faccio intorno agli anni Sessanta. In Italia successe un fatto abbastanza strano: l'arte povera ha come interrotto qualcosa, è caduta sulla scena artistica come una meteora, caratterizzando moltissimo l'atteggiamento artistico a venire. Viene collegata al Minimalismo, come una reazione intendo, in un certo senso però la trovo abbastanza manchevole. Mentre noi ci affacciavamo alla modernità negli anni 60, il fatto che l'arte povera guardasse così indietro per opporsi alle levigate tecnologie dei minimalisti americani, lo trovo un problema. È come se l'Italia non abbia mai cercato di vivere la sua modernità. Celant nei suoi testi parlava di contatto con l'originario, il Medioevo... questo è ruralismo in un certo senso. L'Italia ha sempre bisogno di guardare indietro, compiendo rivoluzioni d'ordine, e secondo me è un problema. I savi sono l'arte italiana prima di Pistoletto. Il mio percorso artistico guarda con molto più interesse all'esperienza concettuale americana (Weiner, Wilson ecc.) che hanno visto nella parola una via d'uscita dal “peso” dell'arte. Uno degli ultimi lavori che ho fatto è stato tradurre gli Statements di Weiner (1968) e discuterli in una scultura teatrale. Lo so, sono cose che sono anche nell'aria, per la verità, tra Tino Sehgal, lo stesso padiglione tedesco di quest'anno. Mentre in Italia non lo vedo, forse l'Italia è il paese delle grandi figure narrative... ecco ancora perchè i miei sette super antenati...


Per tornare al progetto e concludere, quando e dove verrà messa in scena la sua scultura teatrale?

“I7savi” verrà presentata alla galleria Milano, con cui ho già collaborato in passato, Carla Pellegrini ha accettato di ospitarla tra gennaio e febbraio 2018. Sarà la prima esecuzione, ma la porteremo anche altrove.


Grazie Dario, in bocca al lupo per la realizzazione di quest'opera!

Maria Martinelli è la regista de "L'artista è innocente / Save the artist", una web serie ideata insiee a Luca Donelli e Gianfranco Tondini. La serie vuole dipingere il mondo dell'arte nel suo insieme attraverso il punto di vista di un gallerista e di un artista. I due (Luca e Gianfranco), che sono un gallerista e un artista anche nella realtà, dovranno fronteggiare i diversi problemi che fiere dell'arte, mostre, collezionisti e così via porteranno con sé di volta in volta. Nel seguire i diversi episodi, il pubblico potrà così avere un panorama completo di questo affascinante e ambiguo mondo.

THERE IS NO PLACE LIKE HOME è un progetto d'arte contemporanea itinerante, nato a Roma nel 2014 dall'iniziativa degli artisti: Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno, Giuseppe Pietroniro, Daniele Puppi, Marco Raparelli e due storiche dell'arte Giulia Lopalco e Giuliana Benassi la quale , nell'intervista che segue, ci spiegherà come possa nascere un progetto espositivo nomade che trasforma spazi urbani inconsueti e zone periferiche in musei a cielo aperto dove il rapporto con l’arte è spontaneo e immediato.

Paolo Bufalini è un giovane artista che lavora principalmente a Bologna. Con i compagni dell'Accademia, Luca Bernardello e Filippo Cecconi, ha dato vita a TRIPLA, uno spazio espositivo indipendente che si propone di portare avanti la loro linea di ricerca e di promuovere giovani artisti. Il tutto proponendo una modalità espositiva alternativa e cercando di creare una rete con altri spazi epositivi indipendenti.

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