BEART MAG

14/06/2017

Claudia Contu

10MIN LETTURA

Looking for the right place at the right moment

Ciao Linda! Mi ricordo della volta che ci siamo conosciute, ad un opening di Lia Rumma, mi avevi accennato che saresti partita per una residenza e adesso eccoti a Kronštadt... sembrano secoli! Com'è nata l'occasione di realizzare questa residenza?

Sono partita il 5 giugno e rientrerò il 29. Era già da qualche anno che avevo dei contatti con la Russia, pur non essendoci mai stata. Ho conosciuto una gallerista di Mosca, poi dei curatori e qualche artista, ma alla fine questa residenza è nata dal mio soggiorno a Berlino; la direttrice della residenza “MomentumWorldWilde” era anche nel board di questa a Kronštad, così mi ha suggerito, ed eccomi qua.

 

Ormai sei sempre in giro: vivi da sei anni a Bruxelles, hai fatto una residenza a Berlino, ora sei in Russia... Ti fermerai mai?

Sì, lo farò e anche presto. La residenza a Berlino è avvenuta in seguito alla vincita del premio Terna, poi sono stata anche a Trondheim in Norvegia; sono tutte città che mi hanno impressionato ma rimango una grande estimatrice dell'Italia. Sto riaprendo lo studio a Milano dato che non voglio assolutamente abbandonarla e non è mai stata mia intenzione. D'altra parte, mi piace vivere a Bruxelles e la città mi ha dato tanto, perciò la mia idea è organizzare una doppia sede, gestire le due cose assieme. Finora ho sempre lavorato più in Italia, ma anche in Belgio si stanno smuovendo delle cose e sarebbe stupido lasciare tutto ora.

 

Trovi che a Bruxelles ci sia un bel clima, per quanto riguarda l'arte contemporanea?

All’inizio ho abitato a Gent, nelle Fiandre; ho avuto lo studio là perché volevo avere un nesso con la parte fiamminga del Belgio, cosa che continuo a mantenere, ma alla fine mi sono trovata a vivere e a trasferire tutto a Bruxelles, dove indubbiamente c’è molta più attività e l’aria è frizzante. Quello che mi piace del Belgio è che non è un luogo da “Serie A”. Non abiterei mai a Londra o New York, sono troppo rumorose. Bruxelles è al centro dell'Europa e si può raggiungere brevemente qualsiasi posto. Succedono tante cose interessanti senza però il clamore patinato delle grandi capitali dell'arte.

 

Personalmente non ci sono mai stata, ma ne ho sentito parlare. So che c'è un bel festival di Sound Art, ad esempio.

Sì, d'estate. Se non sbaglio a luglio ce ne sono diversi. Questo mese c’è stata la settimana Jazz ad esempio ma molti festival sono dedicati alla musica elettronica, anche la più sperimentale. A Settembre ci sarà un week end di musica elettronica nelle sale del museo Bozar di Bruxelles. Me lo sono già segnato in agenda!

 

Quindi, dopo tutti questi giri e trasferte, com'è cambiato il tuo lavoro dal “periodo italiano”, diciamo così, a Bruxelles?

Beh, il lavoro è cambiato tantissimo. Anche solo per una questione di luce: ogni volta che mi sposto in un luogo mi rendo conto che la luce cambia e porta delle novità nella mia pittura. Dato che a Bruxelles mi ci sono proprio trasferita, ha rivoluzionato il mio modo di lavorare. Anche il mettere distanza fisica da tutto quello che c'era a Milano, le relazioni, le abitudini e la routine di quasi 10 anni ha cambiato qualcosa ed è andato a confluire nel mio lavoro, per non dir le nuove esperienze Belga. Quando ho esposto a Milano, un anno e mezzo dopo essermi trasferita in Belgio, i miei amici e colleghi sono rimasti spiazzati dal cambiamento [ride]. Per me non era in realtà così grande, ma a quanto pare c'è stato un salto tra il “prima” e il “dopo”. Ci sono stati apprezzamenti forti e dure critiche, ed è stato davvero interessante. Anche perché un fondamento critico deve esserci nel lavoro, non può semplicemente essere “bello”, sarebbe mediocre.

 

Sono assolutamente d'accordo. Un artista che conosco una volta ha detto che il bello non è il fine, ma il mezzo. Mi sembra che anche nella tua pittura quest'idea sia presente.

Da anni ormai sto lavorando in un mondo che sta tra la rappresentazione di oggetti e la decorazione, quella vera delle domus romane, dei templi ellenici eccetera. Un mondo che sta a metà tra il decoro e la natura morta, perciò sì, quelle immagini dovevano essere “belle”, perché il bello è intrinseco nella decorazione e nella sua accettazione. Poi però tramite quella bellezza le scene rappresentate potevano portare a qualcos'altro: la suggestione bucolica, il racconto di una storia non detta... Il fatto che fossero anche belle era l'attinenza ad un codice, ad un virtuosismo. Perciò sì, mi trovo d'accordo con quella frase. Per me non è un fine, assolutamente, ma uno strumento molto importante.

 

Questo discorso sulla decorazione è interessante, ma il virtuosismo che è presente nei tuoi quadri è anche una forma di manierismo. Perciò mi chiedo: non hai paura di cadere in un loop e non uscirne più?

Diciamo che non lo troverei un problema, dipende se il loop è voluto o meno, ma non è un mio problema. Mi distacco dalla maniera per approfondire lo studio della pittura. Non sono capace di ripetermi e nemmeno di apprendere da ciò che ho fatto. Quello che cerco di fare è interrogarmi sul medium, sulla visione pittorica di qualcosa, cercando di eliminare qualsiasi rappresentazione. Posso potenzialmente rappresentare qualsiasi cosa, purché sia la scusa per un nuovo quesito pittorico. D’altronde pretendo che il senso della pittura stia nella materia stessa e non nell’immagine proposta.

 

Tu dici di essere “pittore”, ed è una cosa che ho riscontrato in altri artisti che lavorano prevalentemente con la pittura: c'è una sorta di orgoglio, no? È bella questa cosa. In effetti, lavorando con vari pittori mi sono resa conto che un discorso sulla pittura si può ancora fare, che ci sono tante possibilità da sondare. Nel tuo caso, i media che usi sono diversi, i supporti per la tua pittura anche. C'è il legno, la carta, il lino... tutto è sempre asservito allo studio del mezzo.

Sì, certamente; mi definisco pittore perché la mia mente lavora in questi termini. Quando mi riferisco ai finti marmi, ai trompe-l'oeil, alla decorazione, tutte queste cose per me sono oggetto di studio, ma anche sfaccettatura ironica all’approccio artistico. Portano ad una nuova visione della pittura, ed è questo che mi interessa. Non mi interessa fare un trompe-l'oeil che sembri reale: mi piace sfruttarlo ma per andare oltre. Come anche per la scelta del medium: uso il video non per le qualità del video o la tecnologia che ha dietro, ma per la resa che il mio punto di vista ha poi su quel supporto. Non mi interessa editare, mi piacciono invece le qualità ottiche, il movimento, quello che deriva dalla registrazione e “dal caso”. Tutte cose che possono poi essere restituite alla tela.

 

Questo “oltre” di cui parli ha dei riferimenti simbolici? Mi interessa, perché Malraux diceva che se ci fosse stato un ventunesimo secolo, sarebbe stato un secolo spirituale e a giudicare dalle ricerche degli artisti che incontro, e da alcune caratteristiche dei tuoi lavori (quest'idea di sospensione, di luce diffusa che si vede, ad esempio), mi sembra che nonostante le apparenze questa società priva di idoli sia in realtà piena di spiritualità. Come Malraux aveva predetto.

Sono d'accordo, anche solo per il fatto che quando in una società si arriva così lontano dalla spiritualità come siamo arrivati noi nella contemporaneità, nasce una necessità di ritornare, come una molla, su una visione più “ampia”, più stabile e con radici più profonde. Varia da persona a persona, così come l'interpretazione che si dà a questo spirituale, a questo “altro” che non deve per forza avere connotazioni religiose. Ne parlavo con degli amici in Biennale, dentro il Padiglione Italia: questa particolarità dell'arte italiana di essere da sempre legata alla religione e alla spiritualità, non è cancellabile. Anche se non rappresentiamo più i soggetti sacri abbiamo una propensione, io credo, una particolarità che è propria del fare artistico italiano. Cosa che nell'arte americana, ad esempio, non può esistere, loro hanno altri riferimenti e altre necessità.

 

Hai trovato qualcosa del genere sull'isola in cui stai facendo la residenza? Mi racconti come sta andando?

È ancora presto per poter parlare dell’arte contemporanea Russa, ma da quello che ne conosco hanno ancora un link enorme con i loro passato di regime Sovietico, sul quale ironizzano usandolo come termine per definire le cose démodé oppure come riferimento ad una storia castratrice. Kronštadt ha aspetti ed architetture bellissime ma anche scorci desolati che incutono quasi timore o che comunque fanno realmente riflettere e capire ciò che è stato. Lo si respira anche solo facendo una passeggiata dietro l’angolo o al supermercato. Il team della residenza di NCCA Museum, è davvero disponibile e accogliente e li ringrazio vivamente per quest’esperienza… son certa non finirà con la residenza di un mese.

 

In occasione del tuo rientro organizzerai un aperitivo tramite That's Contemporary, giusto?

Si… diciamo che lo organizzeremo! Ne abbiamo già parlato e abbiamo concordato su alcune cose essenziali…eccetto il luogo che vi faremo sapere!

 

Ci vediamo là allora, e grazie per questo scambio!

Grazie a te Claudia!

Fausto Melotti e Piero Manzoni si saranno mai parlati? Non lo sappiamo, ma nella "scultura teatrale" intitolata "i7savi", di Dario Bellini, lo fanno. Si vedranno scintille durante la prima rappresentazione dell'opera, a gennaio 2018, presso la galleria "Milano". Abbiamo intervistato Bellini per saperne di più sul suo nuovo progetto, che è aperto alle donazioni sulla piattaforma di crowdfunding BeART.

Maria Martinelli è la regista de "L'artista è innocente / Save the artist", una web serie ideata insiee a Luca Donelli e Gianfranco Tondini. La serie vuole dipingere il mondo dell'arte nel suo insieme attraverso il punto di vista di un gallerista e di un artista. I due (Luca e Gianfranco), che sono un gallerista e un artista anche nella realtà, dovranno fronteggiare i diversi problemi che fiere dell'arte, mostre, collezionisti e così via porteranno con sé di volta in volta. Nel seguire i diversi episodi, il pubblico potrà così avere un panorama completo di questo affascinante e ambiguo mondo.

THERE IS NO PLACE LIKE HOME è un progetto d'arte contemporanea itinerante, nato a Roma nel 2014 dall'iniziativa degli artisti: Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno, Giuseppe Pietroniro, Daniele Puppi, Marco Raparelli e due storiche dell'arte Giulia Lopalco e Giuliana Benassi la quale , nell'intervista che segue, ci spiegherà come possa nascere un progetto espositivo nomade che trasforma spazi urbani inconsueti e zone periferiche in musei a cielo aperto dove il rapporto con l’arte è spontaneo e immediato.

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