BEART MAG

31/05/2017

Claudia Contu

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L'importanza delle cose non dette: intervista a Lapo Simeoni

Ciao Lapo, grazie per questa intervista. Da quando ci siamo conosciuti, in occasione della scorsa Quadriennale di Roma, continuiamo a tentare di incrociarci, spesso senza riuscire a vederci. È buffo, il mondo dell'arte è così sociale, eppure a volte così dispersivo. Tu sei originario di Grosseto, ma so che hai studiato alla Central Saint Martins di Londra, mentre adesso vivi a Berlino.

Mi sono sempre mosso, perché ho parenti sparsi in tutta Italia. I miei genitori sono di Roma e Como, si sono conosciuti a Roma e da lì si sono trasferiti in Maremma, negli anni '70. In tanti si sono spostati nelle campagne in quel periodo, a causa delle tensioni sociali che si erano create in quegli anni. Ho avuto la fortuna di vivere la Londra dei primissimi anni 2000 con il clima frizzante e polemico che si era formato intorno agli Young British Artists. In quel periodo facevo “graffiti” ed era un mondo completamente diverso, che non era ancora stato agganciato dal sistema dell'arte. Dipingevo con tanti artisti in tutta Italia e all´estero, tra cui: Blu, con Etnik Aris, Seil Two, Daim, Sat one etc. Poi dopo aver abbandonato il college (Saint Martins) sono tornato in Italia, dove nel 2004 ho aperto una galleria ed ho iniziato a collezionare, anche se essere artista è sempre stata la mia passione e da questa ne e sia conseguita una passione più ampia. Sono, in seguito, tornato a lavorare all'estero, grazie, infatti, al premio movin'up ho potuto fare un progetto a Pechino nel 2008 e una mostra parallela ad ArtBasel nel 2009. Una bellissima mostra, in un Caveau sotterraneo di 250 mq. Era un periodo un po' difficile per me, e quel progetto mi ha aiutato ad avere un punto di vista altro rispetto all'arte. Una delle esperienze più belle è stata nel 2011, quando ho fatto una mostra in una Kunstverein a cui hanno partecipato anche G. Richter e T. Zipp, R. Longo, sul tema delll'Apocalisse. Ogni artista doveva realizzare un'opera parallela ad una xilografia originale di Durer. Infine dal 2011 mi sono trasferito a Berlino decidendo di avere una base di lavoro e vita per successivamente muovermi a seconda dei vari progetti.

 

E dal punto di vista dell'arte, quali differenze hai riscontrato in queste città?

A Londra studiavo, erano tempi diversi e c'era una grande competizione tra studenti. Il sistema era già consolidato a Londra. Berlino invece è ancora una città in divenire, per l'arte contemporanea. Gli artisti sono seguiti e incoraggiati a formare una piattaforma comune per essere conosciuti a livello globale. Berlino a livello istituzionale ha alcuni importanti Spazi e collezionisti, ma non ancora la giusta forza per imporsi come punto d'interesse per il sistema, anche se ci sono alcune grandi gallerie che trainano il sistema Berlinese anche grazie alle loro doppie sedi internazionali e la loro presenza alle fiere internazionali più importanti come ArtBasel, Frieze, Fiac, Artbo.

Manca un grande Museo d´arte contemporanea come si meriterebbe, come la Tate Modern o un MAXXI, e questo è un peccato. Parlo di un'icona, di un edificio che marchi visivamente la città. In Italia, negli ultimi 10 anni, sono nate l'Hangar Bicocca, la Fondazione Prada, Il Museo Pecci…L’Italia non ha la Tate, ma è una grossa potenza dal punto di vista iconico. Ma questo è un rapporto sul valore del´ Museo come icona per rappresentare una città e la sua cultura contemporanea.

 

Il tuo lavoro è impegnato, molto politico, e spesso mette in dubbio la stessa idea di pratica artistica – penso ad esempio all'asta che hai realizzato, nella quale il pubblico era invitato a scegliere in che modo distruggere i tuoi lavori –. Come pensi che possa essere recepito, tale lavoro, nel contesto in cui si inscrive, cioè all'interno di quello stesso sistema che va a criticare?

Il mio lavoro procede analizzando nel contesto sociale della vita reale quelle distorsioni che i meccanismi economici creano. Cerco, poi, di tradurle visivamente utilizzando i media più adatti trovandone una valenza iconografica forte, per decontestualizzarle e dare loro un'altra prospettiva. Io ho dato valore a qualcosa che non ha più valore ed a cui scelgo di ridare valore. In quell'occasione ho dato questo potere al pubblico, a cui di solito viene imposto un gusto scelto dal sistema. Ciò rappresenta il mio sentire l'arte contemporanea, il mio viverla in modo critico, andando a cercare quel rapporto tra arte e vita. L'artista che vive l'arte contemporanea non può evitare di considerare il contesto economico e sociale in cui si muove, ma può capirlo, analizzarlo e casomai criticarlo in maniera costruttiva.

 

Mi parli di “Things left unsaid”, il progetto che hai realizzato a Narni col supporto della campagna di crowdfunding su BeART?

La mostra si chiama “Cose non dette”. Come ti dicevo, lavoro analizzando l'ambiente in cui vivo. In questo momento, l'Europa è un contesto che si sta trasformando velocemente, si raggruppano sempre di più´ grandi capitali economici nelle mani di pochi individui. Mi interessava chiarire cosa stesse dietro i grossi apparati di ogni nazione, che sono sempre volutamente resi astratti e confusi. Pensa all'industria, alle reti di telecomunicazioni, al consumo degli alimenti... In soli 10 anni ad esempio l'Italia si è svenduta, come è accaduto alla Grecia. Prendi le autostrade: sono di Benetton, quasi tutto quello che paghiamo al casello va a finire a quella società e lo 0,001 allo stato. Oppure i grandi gruppi come Unilever, che comprendono una quantità spropositata di marchi che un tempo erano nazionali. La mia idea in questa mostra era parlare di questo, di cose non dette. Volevo trovare uno spazio museale adatto per sviluppare diverse tematiche che sto tuttora portando avanti: sono partito analizzando le polarizzazioni nel settore alimentare, il consumismo. Ho pensato alla stanza del potere utilizzando un’immagine di un film di Kubrick (dove appunto è rappresentata la WAR ROOM). La mostra si è svolta in un castello ed il castello è simbolo del potere. Ho ricavato una specie di caveau nel quale ho ricostruito una piramide sociale. Ci sono poi delle sculture rappresentanti la Comunità Europea con 12 stelle, posate sotto ad una piramide di vetro del museo, come per alludere all'Europa che sta sotto ad una piramide del nuovo ordine mondiale o corporazioni. L'artista sta nel sistema, in questa forma piramidale ne è vittima e complice.

 

Quindi le immagini, come testimonianza, hanno un ruolo importante per te? O pensi che l'immagine sia oggi superflua?

Non saprei, perché faccio parte di un sistema in cui la comunicazione sta trasformando le immagini, puntando più sulla strategia che non sull'immagine in sé. Il sistema dell'arte contemporanea sta cambiando, si sta perdendo l'empatia perché il visitatore non vede più solo le opere dal vivo, bensì via Internet, spesso solo su Internet. Oggi si basa tutto sul commercio, e questa bolla prima o poi imploderà. Non ho nulla contro l'immagine, cerco solo di rendere evidente questo meccanismo. Come ti dicevo prima, per farlo devo usare questo meccanismo, non posso uscire da quel loop, perché alla fine propongo il mio lavoro anche via Internet, e la comunicazione di una mostra passa anche attraverso la promozione nei social network, web magazine etc.

Questo processo di assimilazione dell´immagine, trasforma l´oggetto in una figurina ed essa si rapporta volutamente e non con il sistema virtuale tra, realtà e rappresentazione della stessa, attraverso uno schermo trasformando il lavoro umano in un processo di decodificazione infinto, virtuale e paradossale. 

 

Al momento a cosa stai lavorando, invece?

Continua ad interessarmi il rapporto tra l´uomo, Internet e l'arte. La rete cambia il rapporto con le persone e cambia il valore dell'arte. È un problema non ancora ben dichiarato. Le immagini sono troppe, gli occhi si stancano e tutto sembra superficiale anche quando non sempre lo e´. Tra qualche anno dovranno sicuramente insegnare anche nelle scuole il rapporto tra finzione e realtà. In questo momento sto lavorando appunto realmente ad un progetto curatororiale.

Il 26 agosto inaugura a Grosseto la mostra FOREVER NEVER COMES, ed ospiterà circa 40 artisti tra il Museo Archeologico e d´Arte della Maremma e l´Area Archeologica di Roselle, (Gr). Gli artisti invitati, sia emergenti che affermati a livello nazionale ed internazionale, si confronteranno con la simbologia del passato e creando un nuovo dialogo tra spazio, tempo ed arte contemporanea sfruttando come ispirazione il patrimonio offerto dal Museo Archeologico e Parco Archeologico. Ogni artista presenterà quindi un’opera o un progetto installativo che lavori su una o più delle sezioni tematiche temporali PASSATO, PRESENTE e FUTURO. Inoltre alcune opere saranno inserite all’interno delle teche del Museo Archeologico per dar vita ad una vera connessione con le varie provenienze temporali dei reperti esposti.

Un grande progetto cui sto dedicando tutto me stesso e che vi presenterò con piacere presto.

 

Mi sembra giusto. Alla prossima, allora!

Fausto Melotti e Piero Manzoni si saranno mai parlati? Non lo sappiamo, ma nella "scultura teatrale" intitolata "i7savi", di Dario Bellini, lo fanno. Si vedranno scintille durante la prima rappresentazione dell'opera, a gennaio 2018, presso la galleria "Milano". Abbiamo intervistato Bellini per saperne di più sul suo nuovo progetto, che è aperto alle donazioni sulla piattaforma di crowdfunding BeART.

Maria Martinelli è la regista de "L'artista è innocente / Save the artist", una web serie ideata insiee a Luca Donelli e Gianfranco Tondini. La serie vuole dipingere il mondo dell'arte nel suo insieme attraverso il punto di vista di un gallerista e di un artista. I due (Luca e Gianfranco), che sono un gallerista e un artista anche nella realtà, dovranno fronteggiare i diversi problemi che fiere dell'arte, mostre, collezionisti e così via porteranno con sé di volta in volta. Nel seguire i diversi episodi, il pubblico potrà così avere un panorama completo di questo affascinante e ambiguo mondo.

THERE IS NO PLACE LIKE HOME è un progetto d'arte contemporanea itinerante, nato a Roma nel 2014 dall'iniziativa degli artisti: Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno, Giuseppe Pietroniro, Daniele Puppi, Marco Raparelli e due storiche dell'arte Giulia Lopalco e Giuliana Benassi la quale , nell'intervista che segue, ci spiegherà come possa nascere un progetto espositivo nomade che trasforma spazi urbani inconsueti e zone periferiche in musei a cielo aperto dove il rapporto con l’arte è spontaneo e immediato.

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